9. Parenti serpenti

hope | capitoli
20 dic 2010

In breve, il piano fu preparato. Volk fu trasferito in una zona adiacente a uno snodo dei sistemi informatici di un’area del pianeta, che essendo popolato da esseri che potevano creare e distruggere oggetti di qualunque dimensione a piacere, non era organizzato in città ma semplicemente popolato in tutta la sua superficie.
In quella posizione, grazie alle sue abilità, poteva accedere ad alcuni sistemi principali, e divertirsi come meglio sapeva. Gli Atariani che lo vedevano al lavoro semplicemente lo ignoravano, incapaci di comprendere come un essere così primitivo potesse arrecare loro danno.
Si sbagliavano. Infatti, in breve tempo, grazie al fatto che conosceva già abbastanza bene le basi di quella tecnologia, riuscì a prendere il controllo di un particolare sottosistema: quello di distribuzione dell’energia. Affascinato, si accorse che il pianeta era solcato da un’intricata rete di smistamento, con innumerevoli terminali che fornivano l’energia necessaria agli abitanti che ne avessero bisogno.
In pratica, era un’unica, enorme tela di ragno sotto i piedi degli Atariani, sebbene la nozione di piede sia scorretta perché naturalmente gli esseri di pura energia, almeno nella forma originale, non hanno piedi.
Incredibilmente nessuno aveva posto delle protezioni a quelle intricate diramazioni, semplicemente perché erano essenziali per il funzionamento di qualsiasi trasformazione operata dagli abitanti. Quindi nessuno si sarebbe sognato di colpirla.
Il lavoro di Ian fu relativamente facile, quindi, almeno per un genio come lui. Si limitò a modificare i parametri di distribuzione dell’energia, aumentando la capacità di flusso e sovraccaricando i terminali.

Che esplosero. Tutti. Contemporaneamente.

Fu uno spettacolo pirotecnico planetario impressionante, quasi meglio delle allucinazioni provocate da aver bevuto cinquanta pinte di grog talosiano.
Gli Atariani che in quel momento erano collegati ai terminali, si trovarono di colpo disgregati dalla potente onda di feedback generata dalle esplosioni. Naturalmente questo non era un problema per un essere di pura energia, nessuno si sarebbe fatto male, ma era sicuramente peggio delle allucinazioni provocate dal grog talosiano, peraltro sconosciute in quell’universo.
Tutti si trovarono, improvvisamente, senza poter sfruttare le enormi fonti di energia che erano abituati ad avere come risorsa principale.
Tutti, naturalmente, tranne Buzz, che in quello stesso momento trasferì l’equipaggio sulla Hope e si preparò ad attingere alle risorse latenti nei miliardi di suoi simili sulla superficie.

Lentamente un piccolo buco nero iniziò a formarsi a distanza di sicurezza dalla nave e dal pianeta.
Man mano che l’energia fluiva in Buzz, che aveva assunto la sua forma originaria, ed emanava una luminosità così accecante che era stato obbligato a nascondersi dalla vista dei suoi compagni, il buco nero crebbe sempre più di dimensioni, fino a diventare un colosso, che iniziò a far sentire i suoi voraci effetti gravitazionali sullo spazio intorno.
- Aria! Portaci dentro – disse urlando nella concitazione del momento, sforzandosi di mantenere stabile l’afflusso di energia necessario.
- Dentro a un buco nero? – Chiese Volk – ma sei matto? -
- Fidatevi! E’ connesso con il nostro Universo, è l’unico modo! Ma dobbiamo fare in fretta, o… -
- Va bene – lo interruppe Aria – mettendosi ai comandi della nave e avviando i motori subluce. – Massima potenza…ora! -
La Hope con il suo bellissimo profilo a mezzaluna, e la tondeggiante IperSfera al seguito, si mosse con uno scatto quasi felino verso il famelico astro nero.

- Devi passare l’orizzonte degli eventi con un’angolazione specifica, guarda gli schemi che hai davanti, o non so cosa potrebbe succedere! – gridò Buzz, che in realtà sapeva benissimo cosa sarebbe potuto succedere, ma aveva preferito tacere per non aggiungere ulteriore pressione sulla donna.

La nave iniziò a tremare, sottoposta a forze di marea estremamente potenti, provenienti dal mostro. Poi, improvvisamente, alla vibrazione si unì un urto fortissimo, a babordo sulla punta della sezione a mezzaluna.
Quello che Volk, nella fretta di creare il diversivo richiesto aveva purtroppo ignorato, era un singolo puntino, minuscolo e a onor del vero neanche segnato sulle mappe di distribuzione, completamente sconnesso dalla rete di terminali energetici del
pianeta.
Questo elemento di analisi tralasciato non sarebbe stato un grosso problema se non fosse che quell’insignificante puntino corrispondeva esattamente a una cospicua riserva di energia posta in profondità, direttamente connessa a un terminale posto vicino agli alloggi dell’unico individuo su quel pianeta che avrebbe potuto contrastarli, e abbastanza consapevole della vita per farlo con sufficiente reattività.
Il saggio, l’antico, ovvero il capo, che in quel momento, imprecando in svariati linguaggi conosciuti e sconosciuti, stava maledicendosi per non aver lasciato che Soltanto Profondo concludesse la sua opera come previsto dai suoi antenati.

Purtroppo per la Hope e il suo equipaggio, oltre a insultarsi con grande foga e creatività, aveva anche dato fondo all’energia rimasta nella riserva segreta per compiere una singola operazione: sparare contro la nave di quei (imprecazione censurata) che lo avevano preso in giro come un bambino. Sfortunatamente, pur essendo vecchissimo, il capo aveva ancora un’ottima mira.

- Ci sparano addosso! – urlò Volk.
- Lexya! – gridò Shepard, con l’ordine implicito di eseguire il trucco che avevano deciso in precedenza.
Improvvisamente, apparvero decine e decine di navi identiche
alla Hope, intorno al buco nero, tutte più o meno sulla stessa rotta dell’originale, in modo che fosse difficile distinguerla. Lo sforzo per produrre una tale quantità di cloni era considerevole, ma sarebbero bastati pochi secondi. Aria aumentò la velocità, impegnando al massimo i reattori che davano potenza ai motori subluce.
- Ci siamo quasi! – esclamò la donna, mentre svariati e inferociti colpi raggiungevano le proiezioni vicino a loro.
Volk, come di consueto, per dimostrare la propria virilità era steso a terra, in posizione fetale, e aspettava la fine, arrivasse per disintegrazione o per collasso gravitazionale.
- Soglia in dieci…nove…otto…sette… – iniziò a contare la donna, appena prima che un altro colpo raggiungesse la Hope, scagliandola senza controllo direttamente contro l’invisibile linea che divide lo spazio normale da quello troppo vicino a un buco nero per essere una meta desiderabile.
Volk iniziò a rotolarsi indegnamente sul pavimento, quasi impazzito per la certezza di essere vicinissimo alla propria fine (di quella degli altri, in quel preciso momento, gli importava poco), mentre Aria cercava con tutta la sua abilità di tornare sulla giusta rotta.

Nonostante le leggi della fisica in quel momento facessero decisamente i capricci, fortunatamente gli effetti di rallentamento provocati dalla dilatazione temporale sono soltanto un’incomprensione della teoria della relatività da parte di scrittori e sceneggiatori di fantascienza.
In un modo o nell’altro, quindi, Aria riuscì a stabilizzare la Hope abbastanza affinché non fosse dilaniata dall’urto con la singolarità spaziotemporale.

Buio.

Luce, milioni di luci, milioni di stelle, distorte, vortici, difficile respirare, spaziotempo, la singolarità si avvicina, la singolarità è dietro, sopra, sotto, noi siamo la singolarità, noi siamo il tempo, lo spazio, lo spaziotempo è pieno di luce, è la luce.

Buio.

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