6. Il paradiso dei grafici senza palette

hope | capitoli
29 nov 2010

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Capitolo 6 - ePub Capitolo 6 - Pdf

Immagine capitolo 6

Immagine di copertina: rielaborazione di Sunrise Metropolis, di Tom Blackwell.

Capitolo 6

Il paradiso dei grafici senza palette

Lexya Doix era stufa del lavoro che i suoi genitori, o meglio i suoi sfruttatori acquisiti, la costringevano a fare. Trasportare tutto il giorno merce di dubbia provenienza sul suo hover- pattino, per le grandi strade della città, non era certo il tipo di divertimento che una ragazzina della sua età avrebbe preferito. Certo, aveva provato un paio di volte a ribellarsi a quello status quo, scappando per qualche giorno, ma purtroppo i suoi genitori avevano una particolarità che ogni volta la faceva tornare con la coda fra le gambe: erano ricchi sfondati. Per una trovatella dei bassifondi, adottata quando era poco più che una neonata, avere una bella casa e vivere nel lusso più sfrenato significava molto. Ogni volta che era fuggita, stanca delle imposizioni e della mancanza di amore che le veniva riservata, aveva sognato di incontrare qualche bellissimo capitano di astronave che si invaghisse di lei e la portasse via da quel pianeta provinciale all’orlo della galassia. Immancabilmente, però, si era trovata a dormire per strada tra la sporcizia, insidiata da esseri di età incerta, ma di sicure intenzioni, decisamente inadatte a una giovane dell’alta società.

Quindi, mentre si recava a consegnare l’ennesimo pacchetto importantissimo riservato a chissà quale riccone, con il sospetto che i suoi la mandassero in giro proprio per il suo aspetto innocente, non sperava più in uno sconvolgimento della propria vita simile a quello che, di lì a poco, avrebbe sperimentato.
Sfrecciando sul suo mezzo volante, vide con la coda dell’occhio una scena che la indusse a premere insistentemente sul pulsante dei freni, incurante della sorte del pacco che trasportava malamente assicurato, vicino ai piedi.  Un curioso essere alieno, stranamente attraente, correva per sfuggire alle guardie robotiche delle forze militari reali. Scrutandolo attentamente vide che era alto, con peli facciali molto folti, ma d’aspetto ben curato, e aveva una singolare pelle rosa chiara.

Senza neanche pensarci due volte provò subito simpatia per il malcapitato, pur non conoscendo la sua storia: come ogni ragazzina, a prescindere dal pianeta di origine, aveva un debole per i furfanti, e se questo tizio correva così a perdifiato per allontanarsi dalle guardie del re, doveva essere davvero un delinquente con i fiocchi.

Rapita dalla scena, non si accorse che lui le si avvicinava, ma gli inseguitori guadagnavano terreno velocemente. Svoltò in un vicolo vicino, per godersi lo spettacolo senza pericoli, ma appena vide il fuggitivo passarle di fianco lo chiamò e lo tirò per un braccio, in modo che si nascondesse con lei.
- Ehi, qui! – gli sussurrò.
L’uomo si guardò intorno per capire da dove provenisse la voce, poi sentendosi afferrare per una manica, si tuffò nella buia stradina.
- Chi sei? – chiese Lexya emozionata.

- Mi chiamo Henry Shepard – rispose lui. – Quei cosi sono davvero insistenti! -

***

La Hope era uscita dall’ennesimo salto nell’iperspazio condotto magistralmente dalla ragazza italiana. Davanti a loro, a poche centinaia di migliaia di chilometri di distanza, si stagliava un pianeta rosso, all’incirca delle dimensioni della Terra, con ampie valli scarlatte, e vasti oceani dai riflessi vermigli. Il rosso era evidentemente il colore preferito dagli abitanti del pianeta, o almeno era così auspicabile, altrimenti la vita per loro sarebbe stata davvero dura.
Il dettaglio che in quel momento attirava maggiormente l’attenzione dell’equipaggio della nave era, però, la schiera di satelliti difensivi che orbitava intorno al corpo celeste, sparsi su varie orbite. Purtroppo in questa occasione i cannoni a fase erano puntati dalla parte sbagliata, o giusta, a seconda dei punti di vista, e cioè direttamente contro la Hope.
- Signore – annunciò Buzz – un messaggio. -
- Sentiamolo… – rispose Shepard.

- NAVE NON PROGRAMMATA.    SIETE ENTRATI NELLO SPAZIO DI ETRAM. AVETE UN SECONDO PER TORNARVENE DA DOVE SIETE VENUTI. -

Un istante dopo i cannoni iniziarono a sparare sulla Hope. Contemporaneamente, un raggio traente si attivò da un’altra piattaforma orbitante, costringendo la nave a mantenere la posizione.

- VI AVEVAMO AVVERTITI. ORA SARETE DISTRUTTI. -
- Ehi – esclamò Volk – questi hanno un concetto di tempo molto irritante! -
- Rispondete al fuoco! Buzz, gli schermi! – ordinò il capitano.
- Per l’appunto – si intromise Aria con tono incredibilmente calmo, questo è Etram, il pianeta rosso, tappa numero dodici dell’itinerario proposto dall’avventuriero groenlandese. -
- E dovevamo per forza fermarci qui, eh? – sbottò Volk.
- Ehi, il diario non accenna a nessuna difesa di questo tipo! – si difese la donna. – Comunque, questo è l’unico punto da cui parte il prossimo corridoio. -
- Quanto tempo abbiamo, Buzz? – chiese Shepard, ignorando completamente il battibecco fra i due ufficiali.
- Beh, quei cannoni non sono molto potenti, ma sono tanti. Sembrano ben schermati, quindi dubito che potremo… -
- Quanto tempo? – domandò di nuovo con insistenza il capitano.
- Qualche ora al massimo. Poi verremo spazzati via. -
- Capisco. -

A quel punto, non sapendo che decisione prendere, Henry giunse all’unica conclusione che gli sembrava decisamente più
stupida che rimanere lì ad attendere di essere fatti a pezzi.

- Buzz. Mandami sulla superficie! – ordinò.

***

Shepard squadrò con curiosità il piccolo essere che lo aveva momentaneamente salvato dai minacciosi robot che lo inseguivano. Bassa statura, pelle di un cremisi acceso e capelli fulvi, di una tonalità molto scura. Umanoide, o almeno così sembrava a prima vista, approfondendo l’indagine il terrestre capì, dalle forme generose ma ancora evidentemente acerbe, che doveva trattarsi di una giovane femmina, sebbene sembrasse più un diavoletto.
Per una poco incredibile coincidenza, “diavoletto” era lo stesso aggettivo (tradotto nel loro linguaggio, ovviamente) con il quale tutti si rivolgevano alla ragazzina.
- Ciao, io sono Lexya. Mi piacciono i delinquenti! -
- Che cosa? – chiese Henry stupito.
- Senti, stai scappando dalle guardie reali, no? Da come sparavano, mi sembravano intenzionate più a friggerti il sedere che a parlarti. Quindi devi aver fatto qualcosa di grosso… -
- Ma… – il capitano era confuso. – No…è solo che credo che i tuoi simili non gradiscano che la mia nave, al momento in orbita, rimanga dov’è tutta intera. -
- Tipico di Roxyo II. Il suo consigliere per la difesa, Umbyo, ha una politica piuttosto…distruttiva con gli stranieri. -
- Beh, ora che sono qui, devo trovare il modo di farli smettere, o saranno guai. -
- Intanto cominciamo a mandar via quelle guardie – suggerì la giovane, che stranamente sentiva di doversi fidare dello sconosciuto.

Chiuse gli occhi e si sedette nel vicolo. Sbirciando da dietro l’angolo, Shepard vide una copia esatta di se stesso apparire di fronte alle guardie. Sbalordito, rimase a seguire la scena.
- Ehi! Sono qui! – gridò il falso umano, correndo esattamente dalla parte opposta di dove si trovava il suo originale.

Il capitano osservò il suo clone portare via, sempre più lontano, i fastidiosi guardiani del re, finché il gruppo non sparì all’orizzonte. A quel punto la ragazzina riaprì gli occhi, e sorrise al nuovo arrivato.

- Lo…lo fai spesso? – balbettò lui.
- Certo! E’ un gioco da ragazzi. Lo fanno tutti qui. Quei robot sono talmente stupidi. Sai, ogni tanto mio padre mi chiede di portare alcuni…pacchi…a…certe persone, e questo scherzetto è piuttosto utile. -
- Tuo padre? E’ un…cioè insomma, per questo ti piacciono i delinquenti? Anche lui lo è? -

Lexya rise. – No, no, lui è il governatore della città. -

***

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