2. A volte ti tirano le pietre…

hope | capitoli
2 nov 2010

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Immagine capitolo 2

Immagine di copertina: Stone upon stone upone stone.

Capitolo 2

A volte ti tirano le pietre…

La Hope era una gran bella nave. Certo, non imponente come le meganavi dei Megadonti di Vokar, o come i famosi Ipertrasporti di Orione (quelli che consegnano in tutta la Galassia entro le 12 del giorno dopo, qualunque sia il vostro concetto di 12 e di giorno dopo). Per un terrestre, però, abituato a capsule spaziose come la vasca da bagno del capitano di una meganave di Vokar, o Shuttle capienti come uno dei diecimila alloggiamenti di carico di un Ipertrasporto di Orione, si può dire che la Hope fosse una grande nave.

Bella, inoltre, con la sua linea a mezzaluna slanciata e l’IperSfera, il motore che permetteva di viaggiare più veloce della luce, agganciata all’interno dell’arco della sezione principale tramite campi di forza.

Costruita dagli Atariani per la Resistenza Terrestre, era l’unica nave di queste dimensioni a disposizione degli umani, poiché gli alleati alieni avevano un concetto tutto loro di aiutare; esso andava dal dare la vita combattendo a fianco degli umani fino a fornire una sola nave, minuscola in confronto a quelle Venster, quando avrebbero potuto spazzare via l’intera flotta nemica con un solo gesto delle mani (create appositamente per l’occasione).

La Hope, comunque, era particolarmente adatta sia a percorrere le grandi distanze che separavano la Terra dalle avanguardie dell’invasione, sia a muoversi agilmente in azioni di guerriglia, grazie alla possibilità di sganciare la Sfera, isolando l’agile e veloce sezione a mezzaluna dotata di potenti motori subluce.

Cinque ponti disposti uno sull’altro contenevano la plancia e la sezione di comando, più piccola, con l’alloggio del capitano adiacente, le sezioni abitative, i laboratori scientifici e la sala macchine, connessa direttamente con l’IperSfera. Nella parte centrale della nave, inoltre, uno dei livelli era dedicato interamente alla mente e cuore della Hope, l’enorme computer che ne controllava tutte le funzioni vitali.

Progettata per poter ospitare anche un equipaggio di diverse decine di persone, era in realtà gestita senza alcun problema anche da pochi, come in questo caso, con l’atariano di bordo che poteva tranquillamente interfacciarsi al computer direttamente e comandare tutte le attività.
Per qualche motivo, però, spesso Buzz preferiva assumere forma umanoide, forse per rispetto dei suoi compagni, forse perché lo divertiva. In ogni caso, la sua imprevedibilità lo portava sovente anche a fondersi completamente con la nave, o ad assumere le fattezze più strane, per il puro piacere di farlo.

Certo, non era difficile intuire che Buzz svolgesse i compiti a cui era preposto con il suo collegamento diretto con il computer, e non manualmente come poteva sembrare a prima vista, ma vedere un nanoelefante arturiano (simile agli elefanti terrestri, ma più piccolo, bipede, senza proboscide e con quattro enormi orecchie disposte intorno ai fianchi sproporzionati), faceva certamente il suo effetto sull’equipaggio, ed è senza dubbio una prova lampante del beneficio di poter mutare la struttura quantica dell’Universo.

***

Un Sole si alzava pallido sulla distesa desertica che costituiva quasi il novanta per cento del pianeta Garzeon V. L’altro, ancora sotto la linea dell’orizzonte, aspettava di poter inondare di luce l’emisfero settentrionale, compiaciuto di aver appena terminato il lavoro in quello meridionale; era quindi quel particolare momento del giorno durante il quale si poteva gironzolare tranquillamente senza rischiare di scontrarsi o di inciampare nel buio, ma con una temperatura accettabile.

Oltre, naturalmente, a poter alzare lo sguardo al cielo senza essere accecati dal secondo astro, e ammirare lo splendido gioco dei riflessi di luce sull’anello di polveri e frammenti di asteroide che circondava il piccolo pianeta disperso in una delle tante braccia di una delle tante galassie di quel particolare universo, che come ci ricorda il polpettone teorico enunciato in precedenza dall’atariano, non è che uno dei tanti nel Multiverso.

Questo bellissimo momento avrebbe potuto sicuramente compiacere gli abitanti di Garzeon V, che avrebbero gradito camminare romanticamente abbracciati cullati dai riflessi dal cielo e dalla soave musica di qualche forma di vita canterina, non fosse per il fatto che purtroppo su Garzeon V non esistevano forme di vita canterine, perché l’unica specie evolutasi su quel caldo e desertico pianeta era un numerosissimo e sedentario gruppo di rocce.
Piccole, enormi, di fogge e masse svariate, ma pietre, che come è noto a tutti, non possono camminare né tanto meno abbracciarsi.

Questo, quindi, è il motivo per cui quando una strana nave di medie dimensioni si posò sul terreno roccioso del pianeta, i suoi abitanti non ebbero reazioni, non si spostarono neanche, fatto che provocò senz’altro la morte di centinaia di essi.

Si potrebbe pensare che stragi di questo genere siano rare negli universi. Tutt’altro: purtroppo la presunzione che tutte le forme di vita siano più o meno uguali a quelle che conosciamo fa commettere madornali errori di valutazione. Come quella volta che, si narra, una razza di creature evolute simili ai canidi terrestri, atterrando su un pianeta sconosciuto sterminò completamente i principali abitanti solo perché, per pura casualità, erano identici al tipico spauracchio raccontato da mamma canide a figlio canide prima di addormentarsi; ciò portò a una completa riorganizzazione dell’evoluzione su quel mondo, con conseguenze inimmaginabili.

Questo spiega, in definitiva, perché quando tre umani e una creatura scintillante scesero dalla scaletta della nave che, atterrando, aveva ucciso diversi indigeni, furono accolti da una fortissima sensazione d’odio.

E nient’altro.

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