11. La volpe e l’uva

hope | capitoli
3 gen 2011

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Immagine capitolo 11

Immagine di copertina: Holocaust memorial, Berlin, di ^CiViLoN^.

Capitolo 11

La volpe e l’uva

Alcune ore dopo, smaltiti adeguatamente chi la sbornia chi il gonfiore (che, invero, avrebbe potuto essere usato come arma contro i nemici), il gruppo si preparò a partire. Dopo un rapido passaggio in armeria, si radunarono intorno a Buzz, pronti al salto dalla padella alla brace.
Tutti armati fino ai denti, più per un senso psicologico di sicurezza che per vera necessità in una base spaziale pullulante di nemici grandi e grossi, in un buzz scoprirono perché il famoso detto predilige così tanto la padella sfrigolante d’olio.
Un’enorme folla di quelli che una volta erano stati esseri umani, ma ora sembravano animali ammassati, i più nudi o seminudi, puzzolenti, accasciati a terra l’uno sull’altro per mancanza di spazio, rappresentava una buona approssimazione di quello che aveva immaginato Dante nel suo viaggio all’inferno. Nella stanza erano tenuti indiscriminatamente uomini e donne, giovani e vecchi, senza nessuna pietà e senza alcuna considerazione, come fossero automi da usare e poi gettare, invece che esseri senzienti. Nei cuori dell’equipaggio della Hope salì un moto di disprezzo per i mostruori e crudeli invasori.

Erano più che mai decisi a mettere fine a quella barbarie, ad ogni costo.
Naturalmente, per un breve momento la mente geniale e perversa di Volk pensò che forse, per mimetizzarsi meglio, anche le donne del loro gruppo avrebbero dovuto essere seminude (anche se, stranamente, non puzzolenti), ma poi ragionando meglio si vergognò di un pensiero simile in quella situazione, si arrabbiò con se stesso, si adirò con i Venster per essersi infuriato con una persona talmente brillante, e così in un esasperante turbinio di collera.
Il tutto, nel brevissimo spazio di tempo in cui Shepard disse:
- Iniziamo a ballare! -

Lexya fece apparire due enormi padroni di casa. La folla, impaurita, si scostò da loro, e approfittando di questa reazione, riuscirono a percorrere tutta la stanza da un capo all’altro in breve tempo. Seguendo i cloni sgruntanti, arrivarono velocemente alla porta di uscita che, del tutto normalmente in quanto era programmata per farlo, si aprì rilevando le figure dei Venster in attesa di uscire.
Dall’altra parte, altre due guardie, vere, chiesero una spiegazione sul perché alcuni prigionieri venissero prelevati.
- Ordine del Terzo! Li vuole per dei lavori privati – risposero i cloni.
Jean, sussurrando all’orecchio di Shepard, si chiese stupito – Li comprendo! Come è possibile? – ma il capitano lo zittì senza troppe spiegazioni sul virus alieno, intimandogli di stare in silenzio altrimenti li avrebbero scoperti.

***

La gerarchia Venster in una qualunque struttura militare era organizzata per gradi, così come in qualsiasi altra forza armata, tranne quella di Rasteria, dove il comando era affidato a rotazione a tutti i membri di singoli gruppi di 100 unità, con ovvi risultati sulle strategie di guerra. Rasteria, infatti, è l’unico pianeta nell’universo a non aver mai vinto una singola battaglia, nonostante la disponibilità di una tecnologia molto superiore alle civiltà dalle quali veniva attaccata.

In ogni base Venster il comando supremo era affidato a una specie di semidio, il Primo, che aveva la facoltà di impartire qualsiasi tipo di ordine ai suoi sottoposti, senza apparenti limitazioni, a meno che non fosse in contrasto con le direttive del Governo Centrale Imperiale. Esse però solitamente erano del genere “fate ciò che volete, basta che non ci chiediate denaro”. Il Primo aveva poi due aiutanti speciali, il Secondo e il Terzo naturalmente, di grado simile tra loro, ma non esattamente uguale. Il Secondo, infatti, aveva il compito di soddisfare con qualunque mezzo i bisogni primari del suo capo, come mangiare, dormire, fare sesso e così via, mentre il Terzo doveva organizzare il resto delle esigenze della base, in modo che il Primo potesse dedicarsi soltanto ai compiti primari suddetti.
Quindi, de facto, il Secondo aveva un’autorità maggiore, sebbene ufficialmente fossero di pari grado.
In ogni caso, come era risultato da studi atariani forniti alla Resistenza prima della rottura dell’alleanza, giustificare un proprio comportamento come “ordine del Secondo, o del Terzo” (a seconda del tipo di atteggiamento) era perfettamente sufficiente per bloccare sul nascere ulteriori domande. Salvo, ovviamente, venire disintegrati nel caso si fosse stati scoperti a millantare.

Oppure promossi, a seconda dell’umore del Primo.

Per questo, dovendo far spostare i suoi compagni nella base, Lexya scelse di rispondere “Ordine del Terzo”.

***

Tramite questi semplici accorgimenti, il gruppo scoprì che era relativamente facile muoversi nella base e operare sulle strumentazioni presenti.
Volk si mise a cercare, come sempre, un punto di accesso per potersi interfacciare con la rete informatica interna, onnipresente in quel tipo di installazioni aliene.
- Noi siamo qui – disse a un tratto indicando una mappa dettagliata della base, apparsa su uno schermo sulla parete del corridoio secondario che stavano percorrendo. – Non molto lontano da questo punto, che è la sala di uno dei reattori principali della stazione. Così come le navi, anche questa base sfrutta l’energia estratta da una singolarità spaziotemporale, quindi destabilizzandola sarei in grado di creare un bel po’ di problemi. Naturalmente, quando saremo pronti dovremo prima richiamare Buzz tramite la radio iperspaziale, per poter scappare in tempo, o… -
-E’ chiaro, Volk – lo fermò Shepard. – Andiamo. -

Il gruppo si mosse ancora, sempre scortato dai due cloni Venster, verso la sala indicata sulla mappa. Gli stretti cunicoli che si dipanavano nell’enorme edificio erano tortuosi quanto basta per fare impazzire chiunque, anche controllando continuamente la piantina. Inoltre, per evitare numerosi posti di guardia, dovettero spesso tornare sui proprio passi, come in un complesso labirinto. Fortunatamente, dopo circa un’ora che giravano intorno a uno stesso punto, riuscirono a raggiungere la destinazione voluta. Ovviamente, tentando di entrare, furono fermati da un grosso Venster che volle conoscere immediatamente informazioni sulle mansioni loro assegnate.
- Ordini del Terzo – rispose uno dei due cloni. – Dobbiamo scortare questi schiavi nella sala energia 3, per alcune riparazioni. -
- Impossibile – rispose il Venster, dopo qualche secondo di riflessione.
- Come? Osi discutere gli ordini del Terzo? Lasciaci passare immediatamente! – fece esclamare baldanzosamente e con indignazione forzata Lexya a uno dei suoi enormi burattini.
- Certo che oso! -
- Perché? – la ragazzina non era più tanto sicura di cosa dire, a quel punto.
- Perché sono io il Terzo! Guardie! – urlò quello che evidentemente doveva essere il Terzo.
Improvvisamente, dieci energumeni apparsi quasi dal nulla accerchiarono il gruppetto eterogeneo.
- Sono traditori! – urlò Jean, in preda a un attacco di voltagabbanismo, imitando inconsapevolmente l’operato di molti politici terrestri del periodo pre-invasione. – Vogliono distruggere la base! Ve li consegno, arrestateli! – aggiunse.
Il Terzo fece un cenno, e improvvisamente calò il buio sulle menti di tutto il gruppo di intrusi.

Ogni anno viene scritta una quantità smisurata di studi sul potere anestetizzante di un pugno Venster ben assestato. Si dice che un Venster esperto possa colpire la vittima con diversi gradi di potenza, in modo da saper dosare esattamente i minuti di durata dello svenimento della stessa. Purtroppo non ci sono prove che avallino o smentiscano questa teoria, perché tutti i ricercatori che hanno provato a sperimentarla sono morti o hanno abbandonato i test dopo il secondo o terzo pugno, raccogliendo una quantità di dati decisamente non sufficiente. Naturalmente si sarebbe potuto ovviare al problema usando diverse cavie, ma stranamente i ricercatori non arrivarono mai a questa conclusione, forse perché storditi dal primo pugno.

In ogni caso Shepard e i suoi rimasero senza conoscenza esattamente fino a quando il Terzo non volle interrogarli, indizio questo che nella leggenda potrebbe celarsi un fondo di verità.

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